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di Francesco Falli - Il poco interesse dimostrato, anche dalla stampa di settore, verso lo Spezia, che ha ribaltato tutti i pronostici, è indice di un calcio sempre meno romantico e sempre più business.

Come tifoso dello Spezia in servizio permanente effettivo dai tempi assai grigi della C2 (in realtà, dai tempi remoti del ‘’girone B della serie C’’: vidi infatti la mia prima partita al glorioso Picco con mio padre, il 18 febbraio 1968, Spezia-Cesena 2-0: sembrava l’anno buono, ma in B ci andarono proprio loro, i cesenati) è difficile essere obiettivi e sempre neutrali nelle valutazioni e nelle riflessioni che riguardano le Aquile.

Eppure, soprattutto da appassionato di comunicazione più che da tifoso aquilotto, vorrei esprimere un pensiero critico nei confronti di chi per mestiere, ad alti livelli, si occupa di comunicazione sportiva, perché non mi pare sia stata molto sottolineata, fra questi grandi commentatori (o presunti tali) del nostro Calcio, oppure all’interno dei grandi brand della comunicazione dedicata, questa impresa tutta spezzina della salvezza (la seconda consecutiva).

Una salvezza giunta dopo una annata tribolatissima, che ha visto la società partire dal blocco del mercato; con le note vicende legate all’allenatore; con numerosi atleti colpiti da Covid e con una situazione, generale, piuttosto complessa: situazioni che avevano portato tutti i vari esperti a pronosticare lo Spezia come una delle tre squadre sicuramente destinate alla retrocessione in Serie B.

Anzi, quasi tutti i vari schemi, diagrammi, tabelle e grafici la collocavano proprio al ventesimo posto in classifica: ultimissima.

Come sulla Gazzetta ha scritto recentemente il commentatore G.B. Olivero (adesso, in effetti, a cose fatte c’è qualcuno che si è accorto del campionato dello Spezia), la domanda è (riprendo il titolo del suo contributo): "E’ lo Spezia la grande sorpresa della stagione?’’

Ma più che parlare del percorso della squadra, che è ben noto agli appassionati, vorrei soffermarmi sul fatto che lo Spezia è stato poco considerato "a prescindere’’, sin da subito dopo la promozione nella massima serie (Agosto 2020); squadra accolta con una certa puzza sotto il naso, con alcune penne di certa fama che sono arrivate a scrivere che venti squadre in Serie A sembrerebbero troppe, "…e ce lo dimostra proprio la presenza dello Spezia’’.

Altri, anche nella serata di lunedì, puntavano il dito sulla gloria passata, o sulle straordinarie coreografie dei tifosi, a sostegno di improbabili fattori di scelta per vedere in A compagini appena retrocesse (il riferimento è al Genoa), rispetto a chi invece la permanenza se la è guadagnata sul campo.

Ma non è certo della emotività di chi tifa che vorrei parlare, poiché è ovvio che il dato è sempre artefatto: vorrei soffermarmi sul fatto che questo Spezia evidentemente è la conferma che anche il calcio è sempre meno sport, e sempre più business, e che evidentemente una piccola squadra, di una città non enorme, viene sicuramente vista come portatrice di potenziali sviluppi anche economici, anche commerciali, di certo inferiori a quelli promossi da una squadra con maggiori bacini d’utenza, in termini di residenti e di tifosi.

E’ un peccato, perché sono sicuro che solo alcuni anni fa la vicenda dello Spezia sarebbe stata vissuta diversamente dalla stampa sportiva, che ha sempre osservato con un certo interesse quelli che vengono definiti nel mondo anglosassone gli "underdog’’ (termine che indica un atleta, o una squadra, ritenuti sfavoriti dai pronostici nell'ambito di una competizione).

Ne è stato esempio il Leicester (certo con ben altri risultati: non si parla di salvezza, ma di un campionato vinto, la Premier League, 2016); ma in Italia ricordo molto bene il sostegno dato a squadre e vicende particolari, come furono la promozione e la permanenza in A del Sassuolo, ed ancor prima del Parma.

Mi sembra che la storia dello Spezia sia -oltre ogni appartenenza, simpatia o antipatia- degna di nota e di rispetto: per prima cosa, la squadra esiste dal 1906, ed ha disputato le partite della massima Divisione Nazionale negli Anni Venti del secolo scorso; poi ha vissuto stagioni molto competitive in serie B, prima della Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto ci fu la faccenda del’’ Campionato di Guerra’’ del 1943/44 che avrebbe meritato di essere vissuta, e considerata, oltre le ovvie questioni regolamentari, inevitabilmente deficitarie se lette nell’ottica dei tempi normali.

Di quella particolare vicenda, che venne riesumata da un lungo oblio (eppure io ricordo un album delle Figurine Panini, più o meno del 1970, che riportava nell’albo d’oro anche quel campionato, e la squadra dei Vigili del Fuoco La Spezia come vincente per il Campionato 1944: annotazione in seguito scomparsa) ho sempre trovato molto romantica, e molto appassionante, la scelta di consentire allo Spezia il posizionamento di uno scudetto "per sempre’’ sulle divise di gioco, una decisione assunta dalla FIGC quando la squadra era in C e, credo, di certo aiutata dal fatto che nessuno avrebbe immaginato di vedere salire così in alto quel tributo, e quella squadra.

Detto questo, anche se capisco che non sia possibile imporre per decreto un alone di simpatia verso una compagine, credo che di motivi per seguire una "piccola’’ squadra che ha onorato la propria appartenenza nel mondo del calcio per oltre un secolo esistano, soprattutto ora che ha dimostrato di meritare un posto nel massimo palcoscenico del nostro calcio, visto che disputerà per la terza stagione consecutiva il campionato di serie A.

Sono perfettamente consapevole, tornando all’esempio dello scudetto "per sempre’’ posto sulle maglie dei calciatori spezzini, che il tempo del romanticismo è concluso: ma credo che anche i grandi media, le grandi testate, naturalmente del settore, avrebbero solo interesse a puntare un po’ delle loro attenzioni (e quindi: gli affari) anche su vicende come quella dello Spezia, che è riuscita nell’impresa – poco compresa- di salvarsi, certamente contro le previsioni di tanti, se non di tutti.

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