L'obsolescenza del significante... e non solo

Piergiorgio Cavallini ci parla della parola trègi e tanto altro.

Fino a qualche decennio fa l'acqua in casa non c'era, o per lo meno non tutti l'avevano e, soprattutto, non c'erano le lavatrici. Le massaie (e dòne de ca), in particolare quelle dei quartieri periferici e quelle del Quartiere Umbertino (e ca operàie), utilizzavano i lavatoi pubblici, i trègi, termine che lo spezzino autoctono considera italiano e non dialettale, alla bisogna, per togliere ogni dubbio, pronunziandolo e scrivendolo con la "g" doppia (i treggi). Si poteva, infatti, sentir dire: "È stata tutto il giorno a lavare ai treggi", oppure "I ragazzi hanno buttato i sassi nei treggi" etc.. Ovviamente, sui vocabolari di lingua di questa parola non v'è traccia.


 




Vi si trova, però, il termine treggia, che - ci avverte il Vocabolario Treccani - è una "rozza slitta di legno a due pattini su cui poggiano, sopraelevate, due trasversali, usata nella regione alpina per far scendere al piano i carichi di legname o di fieno. In alcune regioni (per es., in Toscana e in Liguria), carro rustico senza ruote, o specie di slitta di proporzioni abbastanza grandi, trainato da buoi o altri animali, per il trasporto di foraggi o anche di persone su percorsi impervî e in forte dislivello". La designazione di "Toscana e Liguria" la possiamo tranquillamente sostituire, per quanto di nostro interesse specifico, con "Lunigiana Storica".



Nella lessicografia spezzina sono attestate la forma traza e la relativa definizione "treggia, veicolo rustico specie di slitta".



Suggeriscono gli etimologisti una derivazione dal latino TRĂHĔA - di analogo significato - incrociato con l'osco VEIA, che significa "carro" (affine al latino VĔHO "portare", cui si rifanno l'italiano vettore, assieme alle altre parole di questa famiglia, quali vettura, veicolo, etc.), mentre gli esiti che presentano la "a" nella radice, come lo spezzino ed il lunigiano, derivano più esattamente da una forma mediolatina TRAGŬLA, di significato affine.

La Val di Vara (mi riferisco espressamente al paese di Caranza nel comune di Varese Ligure, da me indagato a fondo ai tempi della tesi di laurea agli inizî degli anni Settanta), conosceva anche la forma diminutiva traṣö̀, che indicava un mezzo di trasporto corrispondente alla tragia/tregia/traza, dello spezzino e del lunigiano, essendo - in allora - colà, la traṣa, una parte della léṣa, e precisamente la struttura inferiore trainante.

La léṣa di Caranza, che corrispondeva, ad esempio, alla viòla di diverse aree della Lunigiana, la quale presentava anch'essa una parte inferiore portante chiamata tragia, era una forma più sofisticata della treggia comunemente intesa, comprendendo, oltre alla struttura di traino e portante cui accennavo di sopra, le seguenti parti:

 L'immagine che segue è tratta dalla mia tesi di laurea (mai pubblicata).

 

Ma torniamo ai treggi.

Gli etimologisti (sempre loro!) c'insegnano che trattasi di parola dialettale di provenienza longobarda (trog). Il corrispondente italiano, a livello di "tipo" lessicale - non semantico - del nostro trègio, è truogolo, che significa "mangiatoia per i maiali", ma che nell'italiano antico veicolava anche il concetto di "recipiente in muratura con le sponde non molto alte che serve a lavarvi i panni o per altro uso", in pratica, proprio il nostro trègio! Il tipo dialettale è diffuso in Lucchesia, Garfagnana, nelle Marche, in Abruzzo ed altrove, con sfumature di significato che vanno da quello di "mangiatoia" a quello di "vasca per lavare". Nella maggior parte dei lessici genovesi tréuggio vale "truogolo" e "abbeveratoio", solo l'Olivieri li attesta entrambi.

Nella Liguria occidentale, p.es. a Pigna e a Sanremo, rispettivamente nella forma trègliu e trögiu, il tipo è attestato con il significato di "vasca sotterranea per la conservazione dell'olio". Lo stesso anche a Vernazza.

Il concetto di truogolo, ovverosia la "mangiatoia dei maiali", è espresso in spezzino col termine àrbio, diffuso nel Genovesato (p.es. in Val di Vara e nella Val Graveglia genovese) nella forma argiu. En passant, la mangiatoia per i bovini in spezzino è la grépia, come la greppia di lingua, e di fronte ad un soggetto un po' troppo schifiltoso nel mangiare (in spezzino, gnèco) si dirà, magari scuotendo il capo: a grépia l'è bassa!.

La forma àrbio è presente anche a Riomaggiore, a riprova della conservatività di quel dialetto, essendo tale forma attestata dal Rossi nel Glossario Medioevale Ligure in un testo genovese del 1532.

Il nostro àrbio è affine al francese auge, al siciliano auci, al rumeno albie, al catalano oubi, al piemontese ed emiliano arbi, al lombardo albi, al toscano e veneziano albio etc., con significati analoghi.

Tutte queste parole derivano, come l'alveo di lingua, ovverosia il "letto del fiume", da una forma mediolatina ALBEUS, avente appunto il significato di "mangiatoia, truogolo", a sua volta risalenti al latino classico ALVĔUS "cavità". Per inciso, dalla forma diminutiva (vezzeggiativa) di questa parola, e precisamente ALVĔŎLUS, deriva il termine ligure e spezzino adoperato per indicare il vaso di vetro per conserve, ovverosia arbanèla, armanèla, in pratica una *alveolella, cioè un "piccolo alveo", termine conosciuto a livello nazionale come ligurismo nella forma arbanella (l'albanella, in lingua, è un uccello).

Ma tornando allo spezzino, occorre osservare che il plurale di àrbio equivoca con l'omofono -  ed omografo - plurale di arbo, che vale "arabo", in quanto entrambi suonano arbi (i arbi e, in varianti limitrofe, gi-arbi) che possono pertanto essere, in virtù del contesto, "truogoli" o "arabi". Il femminile dell'arbo "arabo" è arba, e a sua volta equivoca con il sostantivo femminile che significa "alba" (lat. ALBA < ALBUS "bianco"). Abbiamo quindi l'arba e e arbe, che oltre a significare "l'araba" e "le arabe" significano anche "l'alba" e "le albe".

E arbo, nell'Arcolano e nel Lericino, è anche uno splendido relitto del latino ALBUS "bianco", più precisamente quel colore d'un bianco intenso che contraddistingue le lenzuola di bucato, vegnù dau ran, come in questa sublime poesia arcolana di Livio Gianolla, dove quel candore risulta essere proprio del tappo del fiasco.

Contadin
La ciocheva l'Aimèia, e maneman
Che l'arbeẓeva gh'ea 'nẓà i contadin
A daghe de maron pe' i Maṣognan.
U soe, ch'i pèiva braṣa de camin,
I se struseva lungo 'r Meṣueto
Com'i fa 'r gato au zòco du scaudin;
Aloa a cantae per primo g-ea 'r piceto
Ch'i 'speteva daa froda 'r bocon bon,
E ch'i te sta a miae come 'n fanteto.
Armai l'ea giorno, e 'r cuco dai saudon
Gi-atacheva per pu de na mèẓoa
A 'rmenate a so sòlita canzon.
L'ea giuto abrie, l'ea come 'nte na fòa
D'àrboi fioì e con 'n odoe de bon
De vigna 'n sucio e d'èrba nada aloa;

E vegniva ia dòna 'n descusion
Co' a panea 'n tèsta e co' 'r cavagno 'n man
A portae agi-òmi 'n pò de colazion.
La gh'ea da mortadèla e 'n pò de pan,
E quarche noṣe, e 'r fiasco co' u stopin
Arbo come 'n lenzoo vegnù dau ran;
E quéia pòvea s-cena fata a 'nzin
La s'arpoṣéven contro du ẓion
Con doi bocon e na goà de vin;
E 'ntanto daa zieṣa, 'n ṣverunbion
De fioi, dar vento ṣmòsi e sparpagià,
I pèiven quaṣi per na prozesion,
Na prozesion de brazi e man sformà
De cali, de fadiga e de miṣéia,
D'òmi ch'ha dato tuto e mai pigià.

Ma abbiamo nuovamente perso di vista i treggi.

Esiste, nell'inventario del nostro dialetto, una parola che, a prima vista, potrebbe essere scambiata per una loro forma femminile: e trége (singolare a trégia) con la "e" chiusa (quella del trègio è aperta).

Ma, qui, abbiamo cambiato àmbito: stiamo parlando di pesci, delle saporite "triglie", il cui nome deriva dalle forme greche τρίγλα o τρίγλη, mediolatinizzate in TRIGLE, essendo la forma italiana probabilmente debitrice di quella anticofrancese treille. Lo spezzino "moderno" italianizzante suona trige anziché trege.

Nei dialetti liguri, ma non nello spezzino, che ligure è solo in parte, troviamo anche la forma trégiu, "triplo", con normale esito fonetico del mediolatino TRĬPLUS.

Ma se andiamo a Biassa, terra di persone fiere ed animose (un tempo), tanto da far dire, a mo' d'avvertimento: Biassa salüta e passa/ chi se ferma a borse i ghe lassa, con il loro bel dialetto conservativo (un tempo) la tregia altro non è che la "teglia" (loro le triglie le chiamano trìlie).

Parlando di Biassa, non si può non citare per un attimo San Martino, il suo patrono, al quale i biassei di ogni ordine e grado erano (e forse sono ancóra) devoti... guai a toccarglielo. E guai ancóra maggiori a chi avesse osato (e sembra non fossero pochi) apostrofare quel fiero popolo con la frase San Martin i sta chi 'nzima, accompagnando il detto con l'esibizione del digitus impudicus. Nella migliore delle ipotesi finivano nel Canau di fuèstri!

Avendo posto fine alla disquisizione sui treggi, ed abusando vie più della pazienza di chi avrà avuto la costanza d'ascoltarmi fin qui, lasciandogli comunque il tempo per prendere una boccata d'aria e bere qualcosa, vorrei tornare alla léṣa, cioè alla treggia dell'Alta Val di Vara, chiamando in causa il grande dialettologo Hugo Plomteux, il quale faceva risalire il termine ad una forma ricostruita *LEUDA mediolatina, ovvero ad un tardo latino HELCJA "corda per tirare''.

Comunque stiano le cose, la parola, cui bisogna far risalire anche l'italiano lizza, il sistema anticamente usato nelle cave di marmo di Carrara per far scendere a valle i blocchi di marmo (il nostro toponimo La Lizza andrà invece riferito alla quercia, il "leccio", con la tipica terminazione femminile degli alberi, che ci arriva dritta dritta dal latino) è attestata nel latino medievale ligure nel senso di "dazio", invero non molto attinente al significato giunto fino a noi, mentre il Casaccia testualmente recita: "leza, veicolo rustico senza ruote, il quale si trascica da' buoi, fatto per uso di trainare, specialmente su per luoghi erti".

Lésa non va confuso con lèza ("e" chiusa nel primo caso, aperta nel secondo), che altro non è che la seconda persona singolare femminile dell'indicativo del verbo lèze (lèggere; le la lèza). Ad abundantiam, la "z" in spezzino si legge come la "s" sonora, quindi lésa e lèza differiscono soltanto nel timbro della vocale, ma non nella pronunzia della consonante.

Qui l'ipercorrettismo è in agguato, essendo il dialettofono "moderno" portato a tradurre con lèze la "legge'. Trattandosi di parola "dotta" (se vogliamo strafare, "cultismo"), la "legge" italiana è stata in realtà spezzinizzata in lège.

Eravamo finiti a parlare di triglie, trege in spezzino. Una parola di suono affine (sempre regno animale, ma taglia ed habitat completamente diversi) è trògia ''troia, scrofa'', ligure genovese e anche valdivarese tröa (tréua secondo l'ortografia ufficiale genovese). Ma il discorso ci porterebbe lontano, e lo affronteremo in un'altra occasione.

Perché non dirlo in spezzino?

La lingua italiana è ormai ridotta ad un colabrodo: termini inglesi accettati pedissequamente quando si potrebbero benissimo utilizzare parole italiane. In particolare nel campo dell'informatica, dove invece, ad esempio, il francese e lo spagnolo i termini principali li hanno localizzati.

Propongo alcune traduzioni spezzine da adottare:
chat - a ciarla
ciattare - ciarlae
cliccare - scatae
computer - er conpiute (o servèo 'letrònico)
delete - sgancelae
email - a pòsta 'letrònica
Facebook - o Libro di móri
file - o scartafasso
hard disc - o disco düo
home page - l'entradoe
interfaccia - l'entremoro
laptop - er conpiute da scòzo
link - o ligame
modem - er mòde
mouse - o rato
tastiera - a tastea
palmare - er conpiute da man
pixel - er püntin
portatile - er conpiute da portasse adaré
site - o sito
Web - WWW - a Taragnaga
webmaster - er bacan do sito
Windows - I Barcon

E per finire, l'enigmistica... questa volta una sciarada facile facile.

Sorve ai teci come i gati
Perché ghe sia, la ghe dev’èsse ‘r mento
e per pescae te te la devi üsae
e aa sea a lüna de li te pè miae.
(5 + 4 = 9)

Scarica qui sotto le soluzioni del cruciverba della scorsa settimana.

 

 

 

 

 

 

 

 

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